Benvenuti nel mio "Blog"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Credo negli uomini e nelle donne, nel loro pensiero, nella loro infinita fatica che hanno fatto. 

Credo nella vita come gioia e come durata.

Credo nella gioia di ogni stagione, di ogni tappa, di ogni aurora, di ogni tramonto, di ogni volto, di ogni raggio di luce che parta dal cervello, dai sensi, dal cuore.

Credo nella famiglia, nella famiglia voluta, a cui dedico tutta me stessa.  

Credo nella Patria che è la famiglia del mondo della tradizione, della forza, del rispetto, del Diritto, della libertà. 

Credo nella possibilità di una grande famiglia umana, scambio di tutti i beni dello spirito e delle mani nella pace. 

Credo nella gioia dell'amicizia, nella fedeltà e nella parola degli uomini. Credo nei miei figli come fonte di continuità.

Credo in me stessa, credo in Voi, voglio vivere, voglio lottare al fianco di chiunque ne abbia bisogno…

Io credo in DIO, io credo nei miracoli e negli angeli custodi.

 

 

"Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato".

  

 

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I POST DEL BLOG

                      In pochi anni il mio soprannome è cambiato da "la badante" a "donna coraggio"   ma solo una donna può capire quanta fatica e quale percorso siamo costrette a fare. Insomma:  DONNE NON SI NASCE SI DIVENTA (cit)       STORIA DELLE DONNE PARTIGIANE:
FU UNA RESISTENZA TACIUTA  I valori ed i caratteri del mondo femminile diedero alla guerra di liberazione
antifascista una ricchezza che non avrebbe raggiunto altrimenti. Eppure…

Trentacinquemila le partigiane, inquadrate nelle formazioni combattenti; 20.000 le patriote, con funzioni di supporto; 70.000 in tutto le donne organizzate nei Gruppi di difesa; 16 le medaglie d'oro, 17 quelle d'argento; 512 le commissarie di guerra; 683 le donne fucilate o cadute in combattimento; 1750 le donne ferite; 4633 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 1890 le deportate in Germania. Sono questi i numeri (dati dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) della Resistenza al femminile, una realtà poco conosciuta e studiata. 
Durante la guerra le donne, non solo si erano fatte carico delle responsabilità sociali 

 

tradizionalmente maschili, sostituendo l'uomo nel lavoro e nel mantenimento della famiglia, ma avevano anche scelto di schierarsi e combattere, nelle diverse forme possibili, la lotta resistenziale, ribaltando la consueta divisione dei ruoli maschile e femminile. 
Nei libri di storia si accenna appena alla partecipazione delle donne alla Resistenza, sebbene il loro apporto si fosse rivelato determinante ai fini di una maggior efficacia dell'organizzazione delle formazioni partigiane, entrando a far parte di diritto nella storia della Liberazione nazionale: le donne si occupavano della stampa e propaganda del pensiero d'opposizione al nazifascismo, attaccando manifesti o facendo volantinaggio, curando collegamenti, informazioni, trasportando e raccogliendo documenti, armi, munizioni, esplosivi, viveri, scarpe o attivando assistenza in ospedale, preparando documenti falsi, rifugi e sistemazioni per i partigiani. 
Risulta evidente che un aiuto di questo tipo, considerato dalle stesse protagoniste come "naturale", trova difficoltà ad essere formulato storicamente in modo ufficiale. Infatti i dati numerici sopra riportati non sono completamente attendibili, poiché la maggior parte di essi si ricava da riconoscimenti ufficiali e "premiazioni" assegnate a guerra conclusa sulla base di criteri militari, in cui la maggioranza non rientrava o non si riconosceva. Di fatto veniva riconosciuto partigiano chi aveva portato le armi per almeno tre mesi in una formazione armata regolarmente riconosciuta dal Comando Volontari della Libertà ed aveva compiuto almeno tre azioni di sabotaggio o di guerra. 
Ma l'azione femminile, oltre alla direzione dettata dalla necessità di dare assistenza ai partigiani, attraverso molteplici attività materiali, si orientava anche politicamente: numerosissime donne, di ogni estrazione sociale, operaie, studentesse, casalinghe, insegnanti, in città, così come in campagna, organizzarono veri e propri corsi di preparazione politica e tecnica, di specializzazione per l'assistenza sanitaria, per la stampa dei giornali e dei fogli del Comitato di Liberazione Nazionale
La seconda guerra mondiale ha permesso alle donne, in un certo senso, di emergere dall'anonimato e le ha trasformate in soggetti storici finalmente visibili, nell'esperienza di sostegno e solidarietà offerta all'azione partigiana; solidarietà che ha valicato l'ambito familiare ed è diventata valore civile di convivenza. 
L'antifascismo fu, per le donne, una scelta difficile, ma libera da costrizioni esterne: non fu dettata dal timore di rastrellamenti messi in atto in seguito ai bandi, o dallo stato di evasione che fece confluire nelle bande partigiane migliaia di giovani. In più quelle che partecipavano attivamente non erano né fanatiche, né guerrafondaie, ma donne normali. La Resistenza, per queste donne, non significò impugnare un moschetto, ma soprattutto significò la conquista della cittadinanza politica. 
Il desiderio di liberarsi dai tedeschi si intrecciava con quello di conquistare la parità con l'uomo: ciò esprime il fatto che allora la donna acquistò la consapevolezza del proprio valore e delle proprie capacità, derivante dalla rottura del sistema di controllo sociale causata dalla guerra. Si trattò di una guerra nella guerra, della battaglia per la loro emancipazione dopo una millenaria subordinazione. La motivazione politica portò ad un risultato importantissimo: la richiesta di un riconoscimento di un ruolo pubblico nel nuovo sistema democratico, fino ad allora negato alla donna da una società prevalentemente maschilista. 
L'attività delle partigiane è stata sottoposta in sede storica a varie letture: Anna Bravo ha evidenziato 

 
 

come il contenuto dell'appello che la società lancia alle donne nei momenti di sconvolgimenti profondi, come le guerre, facendo leva sul sacrificio di sé per la salvezza collettiva in nome della maternità come valore sociale, riconduce l'azione femminile all'interno del naturale orizzonte di valori istintuali che non può tradursi nel riconoscimento di una pratica politica.
Anna Rossi Doria ha sottolineato il tentativo delle donne di trovare un valore fondante nel rapporto con la politica attraverso la valorizzazione pubblica delle capacità femminili tradizionalmente svolte nella sfera privata. Nella Resistenza questo ha trovato espressione nell'attività svolta dalle donne nelle giunte popolari e nei Cln di base. In altre parole, la scelta resistenziale delle donne ha rappresentato, in contrapposizione ai modelli femminili proposti dal regime fascista, la ricerca di libertà personali sollecitata dalla società di massa e, in parte, soddisfatta dalla difesa armata e paritaria della patria, simbolo nella tradizione politica occidentale dell'accesso alla cittadinanza. 
La Resistenza, comunque, ha rappresentato una nuova importante tappa del percorso emancipativo femminile, determinando per la donna un universo simbolico di riferimento nuovo, sancito formalmente dal decreto sull'estensione del diritto di voto del 1° febbraio 1945. Che donne fantastiche, queste antifasciste. Combattevano, portavano armi, discutevano appassionatamente, facevano l'amore, sorridevano, s'arrampicavano su montagne gelate. Le hanno chiamate donne della "resistenza taciuta", come s'intitola uno storico saggio su dodici vite partigiane.                   In effetti pochi le conoscono per ciò che erano: autentiche leader, politiche e morali. Combattevano, venivano arrestate, a volte picchiate o violentate dai nazifascisti, senza parlare o tradire. 
Facevano politica senza separarla dalla vita ( molto tempo prima dei tempi in cui "il privato è pubblico"). I valori ed i caratteri del mondo femminile, sviluppatisi durante la millenaria soggezione ed in risposta a questa, diedero, anche alla nostra Resistenza, una ricchezza che non avrebbe raggiunto altrimenti. Fra questi caratteri, risaltano la spontaneità, il rifiuto del calcolo, il senso di giustizia, la capacità appassionata di amare e di soffrire, il rispetto della verità dei fatti e dei sentimenti ("avevamo paura", hanno dichiarato alcune, candidamente), la generosità comunicativa, la modestia, la pietà. 
Davvero una Resistenza sofferta e taciuta. Sono decine di migliaia le donne che hanno combattuto il nazifascismo affrontando arresti, violenze e deportazioni. Che sono uscite di casa per entrare nella Resistenza. Che vi hanno fatto ritorno, spesso dimenticate, a guerra finita. Esse non si affiancarono ai loro compagni soltanto con il ruolo di cura attribuito loro dalla memorialistica e dalla storiografia ufficiale, né si può più dire che esse stavano ai margini della lotta di liberazione, perché esse ne furono protagoniste. L'importanza delle donne nella vita quotidiana e sociale nel borgo aumentò durante la guerra: non solo fecero fronte ad un aggravamento delle già misere condizioni di vita, ma si assunsero l'incarico di manifestare con modi "estroversi", come le proteste di piazza, il dissenso contro il regime. 
Simbolo del nuovo protagonismo femminile è il famosissimo "sciopero del pane" del 16 ottobre del 1941. La protesta scoppiò per la riduzione della razione pro capite di pane, nonostante le rassicurazioni dello stesso Mussolini. Le donne assaltarono un furgoncino della Barilla, formarono un corteo numeroso ed agguerrito che, al grido di "Pane, pane" riempì le strade cittadine ed impegnò le autorità fasciste per tutta la giornata. I documenti ufficiali hanno ridimensionato la partecipazione di massa a questa protesta e, soprattutto, la sua portata politica. Con questa "chiassata" le donne, casalinghe ed operaie, non operarono solo sul fronte delle rivendicazioni materiali, ma espressero tutta la rabbia ed il dissenso popolare contro il regime, la guerra e le restrizioni da essa imposte. 
Questa manifestazione di massa è, quindi, da considerare l'atto di ingresso delle donne nel movimento antifascista e preludio del salto di qualità del loro ruolo all'interno del movimento clandestino. Salto di qualità dovuto anche alla graduale maturazione di una coscienza politica che fra le donne possedeva solo chi lavorava in fabbrica a causa delle attività sindacali e di propaganda antifascista che lì erano svolte.                 Nel momento in cui decidevano di essere contro il fascismo, esse erano obbligate non solo a schierarsi politicamente, ma anche a rompere oggettivamente con la separatezza della propria tradizionale domesticità per proiettarsi sulla scena pubblica. 
A quel punto non era possibile più alcuna ingenuità, alcuna mancanza di consapevolezza. Si accorgevano di essere doppiamente diverse rispetto al resto della società, aggiungendo al senso di solitudine, che le avvicinava ai loro compagni di fede, la percezione

 
 

 vivissima di essere isolate anche, e soprattutto, nei confronti delle altre donne. Dovevano negare il modello seduttivo di tanti stereotipi al femminile e questo poteva risultare piuttosto facile. Difficile, molto più difficile, era spezzare i condizionamenti ed i legami familiari quando questi si ponevano come barriere ardue da scavalcare. In questo caso la scelta poteva assumere una dimensione totalizzante, fino ad azzerare del tutto la propria realtà privata                 
Erano pochi i casi in cui il rapporto con la famiglia assumeva toni così radicalmente conflittuali ed anzi, nella memoria delle militanti, la cultura familiare veniva costantemente rivissuta come moralità, come un ambito al cui interno la scelta antifascista appariva in un certo senso predestinata. Sempre, invece, la frequentazione con gli ideali ed i progetti politici dell'antifascismo produceva nella loro vita intima contraddizioni laceranti, la sensazione di essere considerate "bestie nere" per le quali la trasgressione del modello femminile tradizionale comportava l'attivazione quasi automatica di meccanismi di difesa e di autoisolamento.

                                          Fiorisci quando smetti di farti domande   Cercare i perché, le cause, le colpe dei propri disagi emotivi, della tua tristezza o della tua ansia non è la strada giusta. Devi invece spostare lo sguardo, dal problema a qualcosa che, proprio adesso, sta fiorendo dentro di te

 

Il seme che mette le radici nella terra e si trasforma in germoglio e in fiore, lo fa senza chiedersi alcun perché. Non c’è da domandarsi cosa fare della nostra vita, non serve chiedersi se stiamo andando bene o male. C’è invece da appoggiare l’orecchio al proprio mondo interiore ascoltando cosa si muove spontaneamente. Bisogna lasciarsi invadere dal silenzio e aspettare: solo così la nostra natura e le nostre inclinazioni si affacciano e ci guidano là dove dobbiamo andare. E nel momento in cui si desidera qualcosa non bisogna dirsi niente: mai arrovellarsi per raggiungerla. Porta invece il desiderio in un luogo silenzioso e segreto dentro di te, e non pensarci più. Allora le cose trovano spontaneamente la loro strada. 

 

Frida Kahlo. L’arte di mettersi in scena: nel guardaroba di Frida per scoprire l’artista e l’opera

 

Un libro indaga il complesso rapporto tra l'arte di Frida Kahlo e il suo stile, così personale ed eclettico da aver contribuito a renderla un'autentica icona 

  

Frida Kahlo. L'arte di mettersi in scena

Pensare a Frida Kahlo significa evocare immediatamente anche la sua immagine: i vestiti colorati, le acconciature vistose, i gioielli precolombiani. Lo stile dell'artista messicana si è impresso nell'immaginario collettivo tanto quanto le sue opere pittoriche, al punto che anche chi non è appassionato d'arte e magari non conosce i quadri che l'hanno resa celebre, non avrebbe difficoltà a riconoscerne l'inconfondibile abbigliamento e gli iconici accessori.

E se proprio il suo guardaroba fosse una delle chiavi interpretatitive dell'opera di Frida Kahlo, capace di svelare aspetti della pittrice e del suo lavoro rimasti fin qui in ombra? 

Il ritrovamento nel 2004 di abiti, oggetti personali e disegni appartenuti a Frida Kahlo nella sua dimora, la famosissima Casa Azul, ha fornito elementi importanti per approfondire il legame tra la sua opera e il suo stile. 

Questa ricerca ha ispirato l’allestimento di una mostra ospitata nel prestigioso Victoria and Albert Museum di Londra dal titolo Frida Kahlo: Making Her Self Up, che ha a sua volta dato vita al libro Frida Kahlo. L’arte di mettersi in scena, edito in Italia da Rizzoli

 

I lavori e gli oggetti dell’artista messicana presentati alla mostra e riproposti nel libro Frida Kahlo. L'arte di mettersi in scena, sottolineano come ogni scelta estetica, relativa all’opera ma anche al proprio stile, fosse espressione di una precisa volontà rappresentativa di Frida Kahlo. 

L'abbigliamento, gli accessori, i colori scelti per il make up da Kahlo sono in dialogo costante con la sua opera, con la quale stabiliscono un complesso gioco di rimandi influenzandosi a vicenda.

 

Frida: un'identità intessuta nei vestiti

Innegabilmente l'immagine di Frida Kahlo che ciascuno di noi ha in mente vede la pittrice indossare abiti messicani. Scelta esotica? No, scelta politica, prima di tutto, ma anche legata alle radici della Kahlo e al suo modo, rivoluzionario per l'epoca, di concepire il ruolo della donna nella società.

Il vestito Tehuana, originario dello stato messicano di Oaxaca e più precisamente della zona dell'istmo di Tehuantepec, ha un grande valore simbolico. All'indomani della rivoluzione che tolse il potere a Porfirio Diaz, indossare un abito così fieramente ancorato alle radici messicane significava rigettare la visione europea del Messico, per riappropriarsi della tradizione precolombiana.

Non solo, l'area dell'istmo di Tehuantepec accoglieva una società fortemente matriarcale, in cui le donne avevano quindi un ruolo di primo piano.

Questi due presupposti permisero a Kahlo di far dialogare due istanze identitarie della pittrice, quella che rimandava ad una infanzia di impronta maggiormente tradizionalista e fortemente influenzata dalla società europea e quella dell'età adulta, attiva nella politica del Messico contemporaneo e indipendente.

Tanti sono i significati stratificati nei vestiti, proprio a mimare la sovrapposizione di questi ultimi nell'abbigliamento di Kahlo e nei suoi accessori.

 

 

 

 

IL ROSSETTO IDEALE

 

Le labbra rosse sono da sempre simbolo di seduzione, passione, amore. Matte, lucido o gloss è il colore per eccellenza per chi vuole dare un tocco di personalità al proprio look.Fino a poco tempo fa, il rossetto rosso era un colore destinato ad essere indossato nelle serate speciali. Oggi viene scelto in qualsiasi occasione.

Ma per apparire eleganti e raffinate bisogna prestare attenzione a come si abbina per avere un’immagine perfettamente in ordine e non eccessiva.Il rossetto rosso è per eccellenza il lipstick che dona al volto di chi lo indossa un particolare fascino.

Per il lavoro o il tempo libero è un look che attira molto l’attenzione.

Per prima cosa i capelli andranno messi in ordine.

Tirati, semi raccolti o raccolti in una coda bassa i capelli fanno da cornice al proprio viso senza spostare l’attenzione dalle labbra.

Il mio consiglio è di non esagerare con il makeup del resto del viso.Create una base leggera e luminosa, valorizzate il vostro sguardo con ombretti dai colori naturali (beige, fango, rosa carne) matte o leggermente brillanti e per ingrandire lo sguardo applicate all’interno della rima ciliare inferiore una matita color burro e applicate un mascara allungante.Questo look è il più classico da abbinare a un bel rosso sulle labbra, ma ricordate che il make up è anche espressione della vostra personalità perciò sentitevi libere di indossare il rossetto come meglio credete per voi.

scrivo per legittima difesa

 

 

 

 

Potrebbe essere ad

una svolta la lotta contro i tumori

causati da una mutazione ereditaria del gene Brca1 (meglio conosciuto come 'gene Jolie'), come quelli del seno e dell'ovaio. I ricercatori dell'Università del Texas a San Antonio hanno scoperto un nuovo modo per fermare i tumori causati da questa mutazione ereditaria, la stessa per la quale l'attrice Angelina Jolie ha avuto, nel 2013, una doppia mastectomia preventiva e un intervento chirurgico ricostruttivo, una decisione che porto' a definire in gergo comune quella mutazione "gene Jolie". 

 

Tutto ruota attorno a minuscola molecola chiamata micro-Rna (Mir) 223-3p che impedisce alle cellule normali di commettere errori mentre ripara il Dna delle cellule stesse. Il grande ostacolo consiste nei tumori con mutazioni del gene Brca1 che invece la reprimono. Gli studiosi sono riusciti ad aggiungere la Mir 223-3p costringendo le cellule cancerose mutanti del Brca1 a morire. 

 

  

 

 

 

 

Diffondetelo, facciamolo per noi. Grazie!

Quello che vi devo raccontare è appena accaduto ad una mia amica carissima, quasi una sorella.

Durante una delle nostre “solite” chiacchere davanti ad una fetta di torta, quasi per scherzo si è iniziato a parlare di lifting, botulino, creme rassodanti, insomma discorsi da femmine, siamo coetanee, e non abbiamo certamente bisogno di fare dei giri di parole, dal lifting al “rinforzino” al seno il passo è stato breve, entrambe siamo nate con un seno “esuberante” cosa di cui mi vergognavo terribilmente in giovane età, (ah! Quando la giovinezza non sa.)  ma sapete che l’età, i figli, ed altri fattori portano poco alla volta ad un cambio strutturale (uso un termine ingegneristico) bene da lì il passo è stato breve: “quando hai fatto l’ultima mammografia?”, beh è un bel po' saranno tre anni, sono sempre impegnata e poi non ho dolori. Questo è il primo problema, “la bestia” non si manifesta, è una malattia strisciante, senza sintomi, le spiego che alla nostra età dobbiamo essere molto attente, prudenti, la mia povera mamma è mancata ormai dieci anni fa proprio per un tumore al seno tralasciato e quando ormai era troppo tardi si è manifestato portandomela via in poco più di sei mesi.

La convinco, telefoniamo a mia sorella che ha degli amici in una clinica di Cracovia, si saltano i tempi canonici e un paio di giorni dopo alle 11,30 la mammografia era stata fatta ad entrambe. Era il 18 giugno scorso.

La vita riprende, eravamo in città abbiamo girovagato fra negozi e servizi di the “buoni” delle nostre comuni amiche salutandoci poco prima di cena con un abbraccio come sempre rimandando il prossimo incontro a giovedì per il ritiro degli esiti.

Mercoledì mi squilla il telefono, era mia sorella, aveva saputo dalla sua amica ginecologa della clinica che c’era un problema e che sarebbe stato meglio anticipare al pomeriggio la visita con Monika (uso un nome di fantasia) c’erano dei segnali preoccupanti.

Per dieci minuti sono rimasta seduta davanti a mio marito quasi sentendomi in colpa per ciò che le avevo fatto fare, poi ho capito che era giusto, che avevo fatto una cosa buona, ma non trovavo il coraggio di dirglielo, perché Bogy (mia sorella) aveva chiamato me e non lei…

Mi faccio coraggio e la chiamo, dicendole che mi avevano chiamato dalla clinica e che c’era qualcosa che non andava negli esami, ma non sapevo se si riferivano al mio o al suo, non ho trovato di darle la notizia in un ambiente differente da quello “protetto” di uno studio medico. Poco dopo ero nel viale di casa sua con il miglior sorriso che potevo sfoggiare, salì e partimmo. In auto abbiamo parlato di tutt’altro, questo fatto è un pochino tipico di chi deve iniziare a pensare ad un problema grave, cercare di non affrontarlo direttamente, ma cercare di affidarsi e demandare ai medici.

Sedute davanti alla nostra nuova amica ginecologa, affrontiamo il problema, inizialmente da lei sapientemente minimizzato per non creare choc, era ciò che speravo. Le, anzi ci spiega che il da una mammografia non si può diagnosticare un tumore, che ci sono mille varianti, mille diversità, serve un approfondimento, altri esami, e per velocizzare il tutto propone a Monika un ricovero per tutti gli accertamenti (che in realtà era già programmato dal medico).

Dopo i primi vacillamenti, e il trovarsi proiettata in una dimensione differente, in una situazione a rischio, Monika se ne fa una ragione e tenendomi per mano mi dice grazie per ciò che hai fatto, facendomi tirare un gran sospiro di sollievo.

La cronaca dei giorni successivi ve la sintetizzo. giorno 1 esami, giorno 2 biopsia e dimissioni. Questo credo sia il momento più brutto in quanto fino alla sentenza della biopsia nessuna diagnosi è contemplata, solo statistica, solo numeri percentuali, solo parole. Cerco di tenerla la mente impegnata in quei giorni, ma niente da fare il pensiero era fisso e si ripartiva sempre da li, da quella domanda che non vorrei più sentire, “ce la farò?” impossibile rispondere se non facendo la “bionda” e cambiando discorso, ma il mondo per chi aspetta questo risultato si ferma e poco alla volta inizia a farti rivivere la tua vita. Finalmente il 25 giugno mi chiama Monika chiedendomi di essere con lei alla lettura della sentenza, credo di essere uscita da casa come una pazza, indossando il primo abito che mi è capitato in mano, un bel paio di occhiali da sole per nascondere il viso e le sue espressione e pochi minuti dopo eravamo sulla strada per la clinica, in silenzio, ma un silenzio che evidenziava la nostra grande sofferenza.

Il medico esordi con una frase piena di speranza, “sei stata fortunata” e questa è la buona notizia, “ne hai due critici ma piccoli”, e questa è stata la cattiva.

Ci rituffiamo subito sulla seconda, riempiendola di domande, lei con grande serenità ci dice, dobbiamo operare con urgenza e toglierli e già che ci siamo si guarda bene la situazione, ma ti posso assicurare che al di sotto dei due centimetri di diametro normalmente non creano recidive, a domani? A domani!

Alle 7 eravamo come due scolarette pronte davanti alla porta della caposala, e scopro con gioia che è la sorella di una mia ex compagna di scuola, ci riconosciamo, due parole dei trascorsi da ragazzine, e si entra in camera. L’intervento era programmato per le 11.

Alle 15,30 Monika fa ritorno in camera, visibilmente faticata, ma ancora non totalmente cosciente. Mi dicono che ne hanno tolti sei, quindi serve un’altra biopsia ma vista l’urgenza i risultai si potrebbero avere in 24/36 ore.

È stata una lunga notte, una bella lunga notte, ci siamo raccontate come mai, siamo anche riuscite a farci rimproverare per il vociare insistente, sembravamo nuovamente due liceali al primo giorno di vacanza al mare.

Al mattino l’ho lasciata nelle mani di un’altra nostra amica, promettendole che sarei arrivata per le 20 per la seconda notte.

Puntuale e con un “cestino” di cibo preparato con amore ed attenzione, ero sulla porta, sarà stata la stanchezza, lo stress, il cibo stesso, forse un bicchierino di Chianti nascosto in un termos, sta di fatto che siamo sprofondate in un sonno ristoratore.

Ci siamo svegliate molto presto, una doccia, un filo di trucco, un po' di buone abitudini ed iniziamo la giornata che avrebbe cambiato radicalmente la sua vita. 

Il 27 giugno verso le 16,30 vengono i medici dell’equipe che l’aveva operata, la tensione si toccava con mano, la paura la faceva padrona, un bollettino positivo ma che i faceva ripiombare nell’angoscia dell’attesa. “l’intervento è andato bene, molto bene, abbiamo tolto tutto ma… il respiro si ferma, gli sguardi si abbassano, …ma preferiamo fare un ciclo di radioterapia ed una forma leggera di chemio! Ecco la parola che non volevamo sentire, ma il medico incalza, la dobbiamo fare per evitare recidive, ma la puoi fare da casa, l’appuntamento con la disperazione era arrivato. La chemio. Come può una sola parola a vanificare tutto. Chemio vuol dire perdere i capelli, gonfiarsi, dar di stomaco, perder lucidità. Chemio quasi un killer silente.

Ma veniamo subito rassicurate, tranquilla Monika sono solo degli antibiotici e vedrai che fra 60 giorni sarà tutto un ricordo aggiungeva la nostra ginecologa dandoci un filo di speranza, e poi aggiunge, con quelle dosi i capelli difficilmente lo risentono anche non posso escluderlo. Una cellula li preoccupava una sola cellula da sterminare per poter di nuovo a vivere. Sono stati due mesi lunghi per Monika, due mesi che le hanno regalato nuovi riferimenti, nuove prospettive, il controllo delle emozioni, della paura, un mondo, un percorso nuovo e positivo si è aperto.

Aspettiamo e ce la mettiamo tutta per non pensare per quasi due mesi, cose sciocche, corsi di cucina, un po' di letture leggere, la ricerca del cagnolino ideale da adottare, un drastico cambio di alimentazione, una vita fatta di passeggiate, di piccole cose, di ricordi, di progetti, eggiài nuovi progetti sono forse una delle poche medicine che funzionano, fare progetti, impegnarsi, condividere, non tenere nulla dentro a costo di apparire ineducata.

Ieri mattina (24 agosto) mi telefona e con la voce rotta dall’emozione mi dice: mi hanno appena chiamata dalla clinica, ce l’abbiamo fatta, e questo plurale, non me ne vergogno ma mi fa scoppiare un pianto che da troppo tempo soffocavo, …ce l’abbiamo fatta… la recidiva non si è manifestata ho le stesse possibilità di chiunque a riammalarmi, ti devo la vita.

È un lieto fine ma è l’inizio di una battaglia che mi sono imposta di rappresentare e sostenere con tutte voi, tutte noi.

Combattiamo insieme il tumore al seno, la vera salvezza è la prevenzione.

Ditelo gridatelo, condividetelo, vi prego fatelo per voi, facciamolo per noi e per chi amiamo. Grazie di aver letto fino a qui.

Ed ora due note che possono servire, ma sarà sufficiente digitare Prevenzione del tumore al seno e milioni di pagine di apriranno. #fatelopervoi 

 

 

Prevenzione del tumore al seno: la checklist che ti salva la vita

 

Il cancro al seno colpisce 1 donna su 8 nell'arco della vita. Lo stile di vita è importantissimo per prevenirlo. Fai un check al tuo stile di vita se è il caso, cambia qualche abitudine e introduci nuove regole. Niente di drammatico: vedrai che sarà facile, ma segui i consigli degli esperti, soprattutto metti in agenda gli appuntamenti con la tua mammografia annuale

 

"Il cancro al seno colpisce 1 donna su 8 nell'arco della vita. È il tumore più frequente nel sesso femminile e rappresenta il 29% di tutti i tumori che colpiscono le donne", spiega Lucia del Mastro, oncologa e ricercatrice dell'Istituto Tumori dell'Ospedale San Martino di Genova. 

Tuttavia, la mortalità̀ per tumore del seno è diminuita di quasi il 30% negli ultimi 23 anni. In quindici anni le percentuali di guarigione sono cresciute di circa il 10%, passando dal 78 all'87 per cento. E se si interviene ai primissimi stadi la sopravvivenza raggiunge il 98%. Ecco perché́ devi prenderti cura del tuo seno seriamente, imparando a fare l'autopalpazione e programmando uno screening (ecografia mammaria e mammografia) dopo i 30 anni. 

1. FAI L'AUTOESAME DEL SENO

Esegui l'autopalpazione ogni mese, qualche giorno dopo il ciclo, e dopo i 30 anni fai un'ecografia mammaria ogni anno. È indolore e non è invasiva.

2. NIENTE PANICO

Se hai avuto casi di cancro alla mammella in famiglia, non allarmarti, non sei condannata ad avere anche tu la malattia: solo il 5-7 per cento dei tumori al seno è ereditario, legato cioè alla presenza nel Dna di alcune mutazioni nei geni Brca1 e Brca2.

3. TIENI SOTTO CONTROLLO IL PESO

Una donna che pesa circa 80 chili ha un rischio 3 volte maggiore rispetto a chi ne pesa 60. Se hai qualche chilo di troppo e sei fuori forma, rivolgiti a uno specialista per iniziare una dieta.

4. LIMITA L'ALCOL

Anche il consumo di alcol va ridotto o eliminato: 4 drink al giorno aumentano il rischio di sviluppare il cancro del 30%. E il rischio sale del 7% per ogni bicchiere in più al giorno. Questo non vuol dire che devi eliminare l'aperitivo dalla tua vita, ma che devi bere qualche cocktail in meno.

5. FAI TANTO SPORT

L' attività̀ fisica regolare riduce il rischio nelle donne giovani. Ma per ridurre del 30-40% il rischio di ammalarsi di cancro al seno devi fare circa 4 ore di sport ogni settimana. Per esempio, puoi andare due ore in palestra e poi dedicarti a qualcosa di divertente: un corso di ballo, una partita a pallavolo con gli amici, un weekend sugli sci. Così non ti annoi e sei più costante.

6. MANGIA IN MODO SANO

Una dieta equilibrata di tipo mediterraneo e a basso contenuto di carboidrati e grassi saturi non ha dimostrato di ridurre il rischio di tumore al seno. Su questo, in effetti, non ci sono chiare evidenze scientifiche. Ma un'alimentazione corretta ti aiuta sicuramente a tenere sotto controllo il peso. E quest'ultimo è uno dei fattori che incide di più sul rischio di ammalarsi. Quindi, mangia bene e senza eccessi.

7. PRENDI TRANQUILLAMENTE LA PILLOLA

I dati scientifici dicono che il rischio è legato all'assunzione del farmaco per periodi prolungati (30-40 anni). Se la prendi (o l'hai già presa) per qualche anno non sei in pericolo. Oltretutto, la pillola ti protegge dal rischio di ammalarti di un altro tumore molto diffuso: quello delle ovaie e dell'endometrio.

8. NON ASPETTARE TROPPO TEMPO PER DIVENTARE MAMMA

Un ottimo fattore di prevenzione sono le gravidanze in giovane età. Se sei pronta, facci un pensierino!

 

Ringrazio Fulvio per la stesura di questo articolo mi ha evitato delle brutte figure, a volte mi dice che sbaglio la grammatica anche quando penso.. carino no?

 

 

 

 

i ricordi più belli di un passato non facile

 

Gli eventi negativi del passato... e quelli meravigliosi del presente

 

...possono renderti difficile vivere il presente. Quando sono angoscianti, i ricordi possono impedirti di dormire bene o di affrontare la giornata. Arriverà un momento in cui dovrai lasciar andare il passato, altrimenti c'è il rischio che condizioni il futuro. E tuttavia, porterai sempre con te una traccia del tuo vissuto nel modo di pensare, parlare e percepire il mondo. Quando tenti di gestire tutto questo, ti sembrerà di camminare sul filo del rasoio, senza scorgere alcuna meta all'orizzonte. Tieni conto, però, che facendo un passo alla volta e mantenendo una certa apertura mentale, puoi arrivare ad accettare il passato come una parte di te. In questo modo, troverai la forza di lasciare alle spalle le abitudini negative, che ti hanno tenuto legato a sogni irrealizzati e promesse tradite.

Ma basta trattati filosofici, 

 

Questa è la mia storia

 

Un passato non semplice, un presente meravigliosamente positivo ed un futuro sicuramente non privo di difficoltà, arrivata in Italia dalla Polonia nel 1992, con una bambina di pochi mesi in braccio. Nel lungo girovagare a cui spesso ero costretta, come se non avessi già viaggiato abbastanza, sono passata prima Roma, poi da Venezia per approdare infine a Torino. La prima fortuna a Torino sono stata ospite di una famiglia , dove ho affrontato l’iter legale previsto per i cittadini non comunitari, (solo 10 anni dopo la Polonia sarebbe entrata nella Comunità Europea) al termine del quale mi è stato accordato un documento temporaneo assoggettato ad un lavoro stabile. Una conclusione positiva a metà, infatti, non riesco ancora ad immaginare un futuro tranquillo: tra un lavoro da trovare e un sogno nel cassetto: ricongiungersi con la famiglia. C’è tutto questo e tanto altro nella mia storia.  Scappata dal mio paese, dai miei affetti, dalle mie radici, in cerca di un futuro migliore, ma sono  riuscita faticosamente a costruirmi una parziale autonomia.

Il passo più complicato la conversione della laurea ma sopratutto l'apprendimento dell'italiano, quanto affetto mi hanno regalato le persone che mi circondavano, improvvisamente avevo 10 professori, 10 padri per mia figlia, 10 zie premurose, forse sono stata fortunata, forse il destino voleva farmi capire che la strada scelta era quella giusta, anche se molte volte lo sconforto prendeva il sopravvento.

Non mi faceva paura la solitudine, temevo piuttosto l'isolamento, lo stereotipo, e quante volte l'ho dovuto driblare, "donna dell'est... molto probabilmente interessata alla prostituzione, o a facili storie pur di sbarcare il lunario" quante volte ho sorriso defilandomi, ma questo fatto ed il mio primo soprannome "la badante" mi pesava come un macigno sulla testa.

Eppure la nottata è passata grazie alla grande solidarietà degli ITALIANI, quelli veri, quelli che hanno dentro i fondamenti del diritto umano, e sono riusciti, incoraggiandomi a farmi rinascere e sono tornata a sorridere ma intanto erà già la fine del 1993 ( due anni per cambiare espressione del volto )

“Due cose ci salvano nella vita: amare e ridere. Se ne avete una va bene. Se le avete tutte e due siete invincibili afferma lo scrittore indiano Tarun Tejpal 

Ed io non volevo una storia personale di rivincita, come tutte le donne sognavo la "mia" storia e pensavo che quel momento non sarebbe mai arrivato. 

Ecco perchè mi tenevo alla larga dagli uomini, non volevo relazioni, non me le potevo permettere, non facevano parte dei miei piani, ho imparato a contare su me stessa, quando appoggiandomi a chi diceva di esserci, mi ha lasciata cadere, finchè.... dopo oltre un'anno di frequentazione con amici, mia sorella, mia figlia, qualcosa nel suo sgurado è cambiato, o forse l'ho visto per la prima volta e sono bastate poche parole per farmi capire che forse era la persona giusta... "Forse non andrà tutto bene.
Ma, insieme, noi lo faremo passare, ma andrà tutto bene".

Beh che cosa aggiungere per me un solo ‘andrà tutto bene’ può fare più di mille parole.

non ci siamo sbagliati sono passati 26 anni ed abbiamo capito che La persona giusta riesce a farti innamorare due volte. Prima di lei e poi di te stesso.

Quanta acqua sotto i ponti, quanti giorni, mesi, anni sono passati, ed ora eccomi qui a scrivere che nella vita se non perdi il rispetto in te stessa e continui a combattare, la stessa ti ripaga è un pò come sorridere ad uno specchio.

 

Poco alla volta completerò questo mio racconto, continuate a seguirmi e venite a sbirciare queste semplici pagine ogni tanto chissà che riesca a fornirvi degli spunti positivi.

 

Poco alla volta i bambini crescono, Fulvio ed io ci sposiamo, divento anche cittadina italiana, e per quasi dieci anni lavoro con lui nell'azienda di famiglia, un'agenzia molto importante ai tempi, con un buon nome, dei bei clienti, e fortunatamente con dei margini che ci permettevano anche qualcosa di più di una vita nella norma.

Ma  mai abbassare la guardia, fra il 1998 ed il 2006 dobbiamo occuparci con molta determinazione di una malattia che aveva colpito Alberto. E' stato devastante, l'essere impotenti davanti al male cha avanzva e settimana dopo settimana cercava di portarcelo via, ma anche li i nostri angeli custodi si sono dati un gran da fare e dopo quasi 8 anni di cure e ricoveri settimanali, arriva la parola magica dai medici, "off therapy" .Alberto poco alla volta riprende una vita normale, e quante soddisfazioni in serbo ci stava tenedo. Perdonate se non entro nei particolari della malattia, (vi dico solo che la guerra è stata contro una leucemia fulminante della cellula T3),  ...ma ogni volta la rivivo "con la pancia". 

iniziamo a fare dei progetti e tutto va bene, siamo sereni, siamo felici, stiamo lavorando bene, le ragazze crescono, Alberto è diventato il nostro "gigante" il nostro riferimento.

11.6.2006 h. 06.00 

Fulvio stava preparando il caffè saremmo dovuti andare in campagna ad Asti, come tutte le domeniche, un pò di aria buona, per i ragazzi, un pò di libertà per i nostri cagnolini, e sopratutto tappa alla trattoria del paese. sento con insistenza il mio nome, mi alzo pensando di essere in ritardo come al solito lo raggiungo ma non era in cucina, era sul terrazzo di casa, il suo colorito mi ha fatto improvvisamente gelare il sangue, era bianco, pallido, sudava e si teneva le mani sul torace, aveva la bocca aperta e mi disse sottovoce, mi manca l'aria. il tempo di mettermi una tuta ed eravamo già in auto verso l'ospedale più vicino quello di Chieri. lui ormai respirava a fatica, non parlava era visibilmente spaventato, il tempo di entrare in una sala visita ed ecco arrivare 4, 5, 6 medici, che fortuna arrivare all'inizio del loro turno, mi fanno uscire e mi dicono che la situazione apparentemente era grave, era un forte attacco cardiaco.

Pochi minuti dopo era su un'ambulanza, con una macchina della Polizia davanti che apriva la strada, alle 7 circa era già in sala operatoria in un altro ospedale. Ricordo di aver pregato in quella sala di attesa che ormai si era riempita di figli, amici, parenti. Alle 15 un medico ci informa che l'intervento era riuscito ma che lo avrebbero trasferito in rianimazione quindi era inutile fermarsi ancora, 24/48 ore disse... io restai li, nonstante mi dicessero che era inutile, io restai li sapevo che lui mi avrebbe sentita.

Passai la prima notte su una panca di allumninio davanti alla porta verde del "reparto di rianimazione", al mattino, molto presto arrivarono Alberto e Valentina, non erano stupiti di vedermi li,  mi portarono immediatamente qualcosa da mangiare ero li da 24 ore e iniziavo a sentire la stanchezza, ma non riuscivo a muovermi, ero come ipnotozzata da quella porta, il primo medico con delle informazioni usci alle 9 circa, e ci disse che aveva reagito molto bene, e poco alla volta i parametri si stavano assentando ma servivano altre 24 ore per sciogliere la prognosi, aggiunse vada a casa a riposare, ringraziai e mi risedetti sulla panchina in alluminio, la notte fu lunga, ma a notte fonda venne un'infermiera e con un italiano stentato mi chiese chi era in reparto, le risosi senza indugiare in polacco, mio marito, mi abbraccio, mi disse va tutto bene stai tranquilla, ora ti faccio un the aspettami che poi se non c'è traffico ti faccio entrare a vederlo...

Potete immaginare la mia eccitazione, avevo una mia connazionale ed era la caposala, iniziai a pensare che fosse il mio angelo custode, poco dopo, bevuto il the, e mangiato dei biscotti, mi fece entrare nel loro spogliatoio, mi fece indossare degli indumenti verdi, ricordo un pantalone di 4 taglie più grande della mia, una maglietta, un copricapo dei soprascarpe in plastica azzurra ed una mascherina , il cuore mi batteva forte, fra quei corridoi bui, e finalmente lo vidi, aveva un viso sereno, mi fece impressione vedere i cerotti che gli tenevano chiusi gli occhi, non mi fece avvicinare tanto, ma ero felice, i monitor pieni di indicazioni mi dicevano che stava procedendo tutto per il meglio. Ora ero tranquilla, ed ancor di più dopo lo scambio di numeri telefonici, quanto la ringraziai, ci abbracciammo dandoci appuntamento all'indomani, anche lei mi disse di andare a casa, la stanchezza probabilmente traspariva. Al mattino, presto chiamai prima i ragazzi poi gli amici, per dire che stava migliorando, e che avevo conosciuto una ragazza polacca, la caposala! ma non tradii la sua fiducia, non dissi a nessuno che l'avevo visto. Alle 9 passo il medico, un pò tremavo, speravo non fosse stato informato, iniziò la conversazione con un "ancora qui?" sorrisi, abbassai lo sguardo, e attesi la prognosi, che puntualmente arrivò e fu: se mi promette di andare a casa domani lo trasferiamo in reparto e potrà vederlo, ma le converrà essere riposata, quindi vada a dormire o la ricovero.

Tirai un grande sospiro di sollievo, e pochi minuti dopo ero sulla nostra vecchia volvo station wagon, che faticai a trovare nel parcheggio, mi era stata portata li da mia figlia. 

Bene, mandiamo avanti il calendario, Fulvio si riprese bene lo dimisero dopo una decina di giorni e partimmo immediatamente per la sua convalescenza, in una casa affittata last minute vicino a Siena, ma a pochi minuti dal centro di intervento cardiologico. Grazie a Dio non ce ne fu bisogno.

Ormai il tempo ci aveva quasi fatto dimenticare l'intervento era passato quasi un anno, era una tiepida e soleggiata domenica di Maggio,  la serenità era tornata a convivere con noi, Fulvio mi disse di non cucinare nulla che ci avrebbe portato a pranzo a Pecetto, in una delle mie trattorie preferite, subito la gola aveva preso il sopravvento, ma poco alla volta iniziai a farmi delle domande, a chiedermi per quale motivo il "sacro" pranzo della domenica, inutile fare domande, conoscendo bene la sua "orsagine" non mi avrebbe risposto se non con un'altra domanda, quindi tenni a bada la curiosità e mi adeguai alle sue richieste.

Per tutto il pranzo si parlò del più e del meno, della scuola, del lavoro, insomma tutto nela norme, finchè un "bene" diede a tutti la misura che il capo doveva parlare, il silenzio vinse su tutto ed iniziammo a guardarlo.

Sto valutando qualche piccolo cambiamento, e visto che vi riguarda vorrei allargare a voi la riflessione, un anno fa ho rischiato la vita, non era ancora il mio momento, e quindi sto pensando di adeguarmi a nuovi ritmi, e decellerare un pò, intendo vendere ai miei soci le mie quote, e penso ad un trasferimento, l'idea è quella di lasciare la casa di Moncalieri a Valentina, (che all'epoca stava iniziando la sua carriera di veterinaria), mentre Alberto e Camilla ci seguiranno a ... e noi tutti attaccati a quella vocale a? A? A! a! Milano, Milano?? il percorso era sempre più oscuro e lontano da ogni logica, ma aspettavo il colpo di grazia.

Mi hanno proposto un incarico molto interessante in una azienda che sta crescendo vertiginosamente, questo ci permetterebbe di guardare al futuro con più serenità. Cosa ne pensate? Il silenzio piombo sul tavolo apparecchiato della trattoria, nessuno si pronunciava, iniziarono gli intrecci di sguardi fra me ed i ragazzi, e lui per tutta risposta si accese il suo immancabile toscano, quasi a rimarcare che quella non era una valutazione, ma era già tutto deciso. Mi inacidii e lui capì ma non voleva recuperare, quindi capii immediatamente che sarebbe stata una partita persa, con un filo di voce gli chiesi da quando vorresti farlo? ed ero pronta a sentirmi dire da lunedi, lui sorrise e disse lo decideremo insieme se siete tutti d'accordo, ora uno ad uno gli spieghero la mia visione e risponderò alle sue domande, poi metteremo ai voti. Credo  che lui sentì il mio sospiro di sollievo, il sorriso mi ritorno sull viso e capii che aveva meditato a lungo e che poteva essere un bel progetto ma sopratutto capii che aveva la situazione sotto controllo.

Fu una lunga domenica, quelle che piacciono a me, parlammo con i ragazzi fino alle 21 circa ed io e lui continuammo fino a tardi, alla fine il primo voto favorevole fu il mio, il secondo di Alberto, Camilla me lo aveva già detto che per lei era una buona cosa, per lo studio e per cambiare aria, l'ultimo ok arrivò da Valentina che aggiunse: non credo di meritare la casa, è anche dei miei fratelli, lui senza distogliere lo sguardo da ciò che stava facendo rispose, la nonna sarebbe stata d'accordo. Un abbraccio, e anche Valentina disse di si.  

5 mesi dopo eccoci a Milano, in un appartamento provvisorio, molto grazioso ma piccolo piccolo, troppo piccolo, ma mi convinsi che eravamo noi che avevamo troppe cose, ad iniziare da "suoi" libri..

2 mesi dopo prima di Natale primo trasloco, e a maggio l'apoteosi na casa che meritava questo nome.

Abitavamo ad un passo di piazza della repubblica, in pieno centro, precisamente in via San Gregorio. e li abbiamo vissuto fino al 2016.

9 anni bellissimi, 9 anni intensi, vissuti in una metropoli che tanto ci ha dato (e tanto ci ha preso) Milano è una piovra, ma Milano è sempre Milano, oggi mi manca, la milanesità di alcune mie giornate.

 

 

 

 to be continued...

 

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famiglia o tribù? ogni madre ha i suoi problemi

    Ogni madre ha i suoi problemi...

 

e non li cambierei con nulla al mondo, prima di essere madre sono stata figlia, pensateci questo ci può aiutare e ringrazio Dio che mi ha dato la possibilità di poter allevare quattro filgi, anche se spesso mi capita di sentire delle mamme lamentarsi per tutti i problemi legati alla nanna, alla pappa, lo svezzamento, le nottate insonni; quelle dei bambini in età scolare, invece, della scuola, dei compiti, delle maestre, dello sport. Fanalino di coda le mamme degli adolescenti, che hanno anche loro un bel po’ di cui lagnarsi.

 

Ora, penso che lamentarsi sia del tutto inutile, nonché un grave attentato alla felicità di coppia, ma al di là di questo, da dove nasce questo bisogno di mettersi in competizione con le altre mamme a chi ha più problemi? Ognuna attraverserà tutte le fasi della vita del proprio figlio, con tutte le relative gioie e dolori.

Perché la verità, care madri, è che ogni età ha le sue difficoltà, non c’è gara, ma ha anche i suoi momenti di felicità e le sue soddisfazioni ed è su questi che dovremmo concentrarci, quando ci sentiamo stanche, ricordandoci sempre che prima di essere madri siamo state figlie.. pensateci

  Adolescenza e omertà

 

Nella mia esperienza, però, ho potuto osservare che, ad essere più silenziose, sono le mamme di figli adolescenti ed io, che sono una di loro, so che ne avrebbero di cose da dire!

Anche online mi sembra che agli adolescenti non si presti la stessa attenzione rispetto ai bambini. Mi chiedevo il perché.

Forse perché i problemi degli adolescenti, avendo spesso a che fare con rabbia, comportamenti ingestibili, sessualità, sono considerati scabrosi e, di conseguenza, vissuti ancora con un certo pudore da parte delle famiglie?

O perché, oltre agli adolescenti, in questa fase anche i genitori si sentono confusi, disorientati,impreparati?

In entrambi i casi, non sarebbe meglio se delle difficoltà legate all’adolescenza se ne parlasse di più?

La mia sensazione è che molti genitori, una volta che i figli hanno superato una certa età, si sentano a disagio a parlare dei problemi legati all’adolescenza, perché li vivono, come un disagio personale.

Come se avere un figlio che non corrisponde, per un qualunque motivo, alle aspettative che si erano creati fosse un loro fallimento. Diventa difficile, dunque, ammettere ed accettare che un figlio abbia difficoltà a scuola o sia ribelle o confuso sulla propria sessualità.

 

Parlatene

 

A questi genitori mi sento di dire una sola cosa: tutti gli adolescenti hanno problemi, che sono legati a quest’età e non dipendono da voi.

Se vostro figlio è sempre arrabbiato, polemico, ribelle, trasgressivo, sembra odiarvi, è normale e non è vero che vi odia. Ha bisogno di voi più che mai.

E’ solo il suo modo per costruire la propria personalità, per imparare a gestire la propria sfera emotiva, per emanciparsi dalla famiglia e la cosa migliore che possiate fare è stargli vicino, navigare affianco a lui nella tempesta.

 

 

I problemi che non vanno sottovalutati

 

Quest’omertà e questa difficoltà ad accettare i problemi, ho potuto notarla anche nei genitori di adolescenti che realmente vivono situazioni di grave disagio . Quel genere di disagio che va affrontato con l’ausilio di specialisti.

Mi riferisco ad adolescenti che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, che hanno comportamenti antisociali, che soffrono di dipendenze, bulli e vittime di bullismo.

In questi casi più che mai, i genitori dovrebbero parlarne, chiedere aiuto per affrontare il problema, creare una rete di sostegno, perché da soli è difficile venirne fuori e fingere che non ci sia è distruttivo.

Nessun genitore può abbassare la guardia, tutti gli adolescenti sono fragili, anche quelli che sono stati bambini buoni e giudiziosi. E sono molto più sensibili di quello che crediamo, anche quelli che sono stati bambini turbolenti.

Quello che davvero intendo per navigare affianco a lui nella tempesta è non solo stargli accanto, fargli sentire la vostra presenza e il vostro amore, ma anche vigilare, mantenere la soglia di attenzione alta per cogliere i segnali di un eventuale disagio che vada al di là di quelli legati alle turbolenze dell’età.

Se anche voi siete mamme di figli adolescenti, parliamone.